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Esiste ancora la democrazia?

O è solo un’illusione divenuta irrealizzabile?

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Nessuno oggi può seriamente pensare che un governo, che si autodefinisce democratico, si debba preoccupare di essere l’espressione della volontà del popolo. A prima vista questo sembrerebbe un paradosso, invece la realtà lo dimostra chiaramente. Molti studiosi sono giunti a ritenere che chi si guadagna il consenso necessario per adire al potere, dato che lo fa con metodi ritenuti democratici, di fatto non si preoccupa degli interessi dei cittadini e non possiede la coerente volontà politica di difenderli ad ogni costo. Quasi sempre la democrazia è usata come paravento, come una maschera assunta dall’élite, per gestire il potere e conservarlo il più a lungo possibile per il proprio interesse.

Spesso le conquiste sociali sono solo frutto di concessioni fatte al popolo per appianare pericolose tensioni capaci di innescare criticità indesiderate che rischiano di agitare troppo la scena politica. In cambio, almeno per un certo periodo, è assicurata la stabilità e la pace sociale, entrambe ritenute preziose per lo sviluppo economico.

La maggioranza delle persone però non se ne rende conto a causa della scarsa conoscenza del problema. E questo permette alla retorica politica di utilizzare il termine “democrazia” per autoreferenziarsi, marcando il proprio preteso elevato livello di civiltà, a confronto con quello degli Stati da essa stessa ritenuti privi.

In effetti fino a qualche decennio fa la concezione democratica del governo di un Paese era stata giudicata l’unica in grado di puntare a realizzare il rispetto dei diritti fondamentali della persona di Locke, le prerogative del cittadino di Voltaire, la separazione dei poteri di Montesquieu e i concetti di uguaglianza di de Tocqueville. Anche se poi la loro realizzazione completa è risultata di fatto impossibile, quando viene pronunciata la parola “democrazia” si evoca nell’inconscio dell’ascoltatore, la speranza di poterli perseguire. Ci sono stati molti pensatori sinceramente impegnati a percorrere questo faticoso sentiero, le conquiste non sono mancate, anche se inutili.

R.A. Dahl (1915 – 2014, politologo statunitense) ha voluto puntualizzare le strutture che rendono democratico un sistema politico, allo scopo di chiarirne il concetto, come se le istituzioni che lo compongono potessero bastare da sole a garantire l’autentica rappresentatività popolare nella politica. Ora sappiamo invece con certezza che la loro presenza favorisce sicuramente lo sviluppo del percorso democratico delle decisioni politiche, ma che non bastano e lo vedremo chiaramente.

Dahl individuò sette istituti essenziali che uno Stato pienamente democratico deve avere per definirsi tale; per questi sistemi di governo usò il termine “poliarchia”, per distinguerli dalle democrazie che ne fossero anche solo parzialmente prive. Vediamoli in rapida sintesi.

La costituzione deve prevedere che il corpo elettorale possa eleggere i propri organi rappresentativi.

Ci devono essere libere elezioni periodiche per eleggerne i membri.

Deve essere previsto il suffragio universale.

Il diritto elettorale passivo deve essere esteso a tutti i cittadini, sia pure con limiti di età.

Tutti i cittadini hanno diritto di esprimere liberamente le loro opinioni.

Devono esserci libere fonti d’informazione alternative che non siano controllate dal governo.

I cittadini devono essere liberi di formare partiti politici e gruppi d’interesse allo scopo di difendere i loro diritti.

Queste sette condizioni assicurano il rispetto di precise procedure e contemporaneamente sanciscono tutta una serie di diritti che dovrebbero fare capo alle istituzioni. La poliarchia pertanto è una democrazia formale ma anche sostanziale.

Quelli che comunemente definiamo governi democratici, non sempre possiedono pienamente tutte le caratteristiche della poliarchia. Pertanto potremmo assumere la misura della presenza delle caratteristiche poliarchiche come un indice del livello democratico di uno Stato. La loro totale assenza definisce uno Stato autoritario e tirannico.

Un Paese può qualificarsi genericamente democratico quando i cittadini governano se stessi come politicamente uguali, in una sorta di autogoverno in cui le decisioni collettive sono obbligatorie per tutti. Se poi in esso sussistono tutte le sette condizioni viste, allora lo possiamo chiamare anche poliarchico.

Va anche aggiunto che anche se la poliarchia non comporta il conseguimento infallibile di obiettivi quali la giustizia, la felicità universale e il benessere economico indistintamente per tutti i cittadini, sembra che non esistano alternative concrete che possano perseguire validamente il raggiungimento di questi obiettivi. In ogni caso nessun altro ordinamento politico tutela in modo altrettanto efficace quei diritti già enunciati da Locke, Voltaire, Montesquieu e de Tocqueville.

La comparsa nel suo interno di sottoculture fortemente radicate nella religione, nell’appartenenza etnica, nella razza, nella lingua o nell’ideologia, che talvolta manifestano anche idee d’identità nazionale con mire di espansione dei confini politici del paese, possono costituire seri ostacoli perché sono spinte interne verso autoritarismi in grado di negare i principi democratici. In molti Paesi, che si trovano in questa situazione, in cui anche una o più delle sette condizioni già elencate sopra erano deboli o assenti, le poliarchie sono state presto soppiantate da regimi autoritari.

Nei Paesi con un’economia a controllo totale o prevalente dello Stato, proprietario dei mezzi di produzione, la poliarchia non può esistere. È intuitivo che essa è sempre strettamente associata a un’economia libera di mercato, basata essenzialmente sul capitale e sull’impresa privata. Tuttavia, ci sono Paesi, del nord d’Europa, dove oltre il 50% del reddito nazionale va allo Stato affinché lo redistribuisca come pensioni, sussidi, sanità e altre forme a favore dei cittadini, con lo scopo di contenere le storture e le diseguaglianze prodotte dall’economia di mercato. Qui la poliarchia rimane illesa non solo per le convinzioni democratiche fortemente radicate in tutta la popolazione, ma soprattutto grazie al decentramento del potere politico ed economico che impedisce l’accumulo nelle mani centrali di risorse che potrebbero essere impiegate per indebolire le istituzioni della poliarchia.

Ma va riconosciuto che la stessa attuale economia di mercato ha conseguenze negative sull’eguaglianza politica e quindi sul carattere democratico della poliarchia. Un’economia di mercato dinamica crea ineguaglianze nella distribuzione di molte risorse, tra cui differenze di reddito, di ricchezza, di status, di conoscenze, di accesso all’informazione, di controllo sulle comunicazioni e di sicurezza economica. Risorse economiche e sociali di questo tipo possono essere utilizzate per guadagnare influenza nella vita politica, spesso anche con la corruzione. In questo modo il libero mercato contribuisce a indebolire l’eguaglianza politica tra i cittadini, condizione essenziale della concezione democratica. L’indebolimento conseguente della poliarchia può arrivare ad assumere caratteristiche oligarchiche o plutocratiche.

Mentre Dahl si limita a paventarne il rischio, c’è chi ne descrive già la sciagura come se fosse ormai incominciata, uno di questi è Danilo Zolo (1936 – 2018, giurista e filosofo del diritto all’Università di Firenze, dove ha fondato, nel 2000, il Centro per la filosofia del diritto Internazionale e delle politiche globali “Jura Gentium”.). Egli sostiene che ormai è noto a tutti che i partiti politici non si ritengono affatto obbligati a trasmettere ai vertici dello Stato le istanze degli elettori. Inoltre con Schumpeter era prevalsa l’opinione che il pluralismo delle élites,  in concorrenza fra loro, il carattere alternativo dei loro programmi e la libera competizione elettorale avessero potuto garantire il buon funzionamento della democrazia, allontanando il pericolo autoritario. D’altronde, nella scia di Weber e dello stesso Schumpeter, molti studiosi avevano aderito all’idea che la gestione del potere dovesse essere affidata ad una ristretta classe dirigente, con competenze specifiche. Al popolo incompetente sarebbe rimasto solo la facoltà di scegliere l’élite alla quale affidare il potere di comando e alla quale ubbidire disciplinatamente.

In questi decenni, nelle società partecipi alla globalizzazione, sempre più articolata e più multiforme, il pluralismo delle élites democratiche di Weber e di Schumpeter non si è affatto realizzato in pratica. In questi anni l’Occidente è passato dalla società industriale e del lavoro al quella neoliberista, dominata dalla rivoluzione tecnologico-informatica e dallo strapotere delle multinazionali che hanno diffuso l’economia di mercato anche nelle località più remote. Poche superpotenze hanno concentrato sulle aziende globalizzate il potere politico ed economico, permettendo loro di subordinare alla loro volontà il diritto internazionale. Si veda ad esempio il Transatlantic Trade and Investment PartnershipTTIP ed anche  il Comprehensive Economic and Trade Agreement, CETA. Gli Stati hanno perduto parti sempre più importanti della loro sovranità nazionali; le burocrazie pubbliche e private, quella giudiziaria e delle corti costituzionali hanno contenuto l’attività dei Parlamenti. Sempre più egemone appare il potere esecutivo.

Williams I. Robinson, (n. 1959, professore di sociologia all’Università della California a Santa Barbara), Leslie Sklair (n. 1940, professore emerito di sociologia alla London School of Economics and Political Science) e il nostro Luciano Gallino (1927 – 2015scrittore e docente universitario di sociologia a Torino) sono alcuni studiosi tra i più noti sostenitori della convinzione che una classe capitalista transnazionale, emersa come segmento della borghesia mondiale, rappresenti il capitale transnazionale. Si tratta di proprietari dei principali mezzi di produzione mondiali, incarnati nelle società globalizzate e nelle istituzioni finanziarie private a carattere internazionale. Essi dominano le democrazie dei singoli paesi.

Se i partiti svolgessero il ruolo di raccogliere il consenso per una determinata élite, in concorrenza con altre, realizzerebbero il concetto pluralistico della democrazia di Weber e di Schumpeter, in linea con l’impostazione poliarchica. I partiti invece non sono affatto dei canali nei quali si convoglia la volontà consapevole e critica dei loro sostenitori.

Niklas Luhmann  (1927 – 1998sociologo e filosofo tedesco) parte dalla premessa, che “gli elementi primari e unici di un qualsiasi sistema sociale non sono gli uomini, ma sono le comunicazioni che producono altra comunicazione. Senza comunicazione non esiste nessuna forma di sistema sociale. Tutto ciò che c’è nel sistema sociale è solo ed esclusivamente comunicazione”.

Usando abbondantemente i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, i leader politici si rivolgono direttamente ai cittadini trattandoli come dei consumatori destinatari di azioni di marketing. Offrono i loro programmi politici come dei veri e propri prodotti di consumo assoggettati né più né meno alle stesse regole di mercato. All’interno di comitati d’affari informali e spesso occulti, distribuiscono risorse finanziarie pubbliche, privilegi e varie utilità grazie al loro potere. In questo modo creano la loro rete di sostegno politico con interessi spesso anche transnazionali. Su questo piano tendono anche ad accordarsi fra di loro, se ne hanno l’interesse, scavalcando gli antagonismi della polemica politica. Si pensi al “sì TAV” e al finanziamento dei partiti, solo per fare due esempi eclatanti ed emersi agli occhi di tutti.

Arcinote fonti di corruzione, di collusione e di concussione di politici, di funzionari pubblici e di privati sono la ridda numerosa di appalti pubblici. Senza contare la mafia, la “n’drangheta” calabrese, la camorra, la chiesa romana, le banche più potenti, la grande industria, i trafficanti di droga, i “servizi segreti” con cui la maggioranza dei partiti opera al di fuori del sistema politico formale e, talvolta, illegittimamente.

Alan Wolfe (n. 1942, politologo e sociologo della facoltà del Boston College, direttore del Boisi Center for Religion and American Public Life) e Norberto Bobbio (1909 –2004filosofogiuristapolitologostorico e senatore a vita italiano) hanno dichiarato che nelle democrazie contemporanee convivono le strutture di un doppio Stato: uno è visibile con le sue istituzioni pubbliche e l’altro è invisibile, insondabile dalla piattaforma ufficiale democratica.

Bobbio spiega che questo lato invisibile del potere risiede in un nodo di collegamento fra la politica nazionale e l’economia mondiale. Specialmente in Italia la classe politica esercita il “potere invisibile” attraverso la gestione diretta o indiretta di attività economiche sottratte di fatto al controllo della giurisdizione amministrativa ordinaria statale. Le pratiche occulte riguardano una grande varietà di funzioni connesse alle migliaia di enti che dipendono da amministrazioni pubbliche, in particolare dalle Regioni, dalle Provincie e dai Comuni. In questo modo la classe politica condiziona i progetti urbanistici delle città, l’amministrazione dei servizi sanitari, gli enti di previdenza e assistenza, il credito delle imprese, il commercio con l’estero e persino l’amministrazione della giustizia.

L’elettore medio non può possedere la conoscenza necessaria per fare scelte consapevoli, può cioè solo rifiutarsi di esprimere la propria preferenza elettorale. Inoltre gli elettori non possono nemmeno decidere su quali questioni politiche devono esprimere il loro giudizio: qualcuno prima di loro e al loro posto stabilisce che cosa sottoporre alla loro decisione e che cosa invece riservare ad accordi segreti, allo scopo di eliminare ogni rischio di destabilizzazione istituzionale.

Siamo in presenza di un regime post-democratico nel quale la grande maggioranza dei cittadini non “sceglie” e non “elegge”, ma ignora, tace e obbedisce.

Secondo Bobbio, l’opinione pubblica non dispone di fonti di informazione indipendenti dal sistema telecratico nazionale e internazionale, che possano fornire loro un’informazione obiettiva. Le Televisioni locali dipendono dalla struttura internazionale della grande industria multimediale statunitense e appartenente all’OCSE. La pubblicità, in modo persuasivo, esalta la ricchezza, il consumo, lo spettacolo, la competizione, il successo, la seduzione del corpo femminile.

Sembra inoltre che nella pubblicità possano essere inseriti messaggi subliminali per invogliare il consumatore ad acquistare uno specifico prodotto, oppure, per propagandare pensieri ed ideologie di qualsiasi natura, compresa la propaganda politica e/o elettorale. Pare che alcuni stimoli raggiungano il subconscio con effetti sul comportamento e sulle emozioni, anche se a oggi non esistono prove scientifiche attendibili.

La Televisione ha diffuso un conformismo profondo e generalizzato che influenza i ritmi di vita, le scelte di valore e le propensioni politiche della grande maggioranza dei cittadini”.

Bobbio individua nello strapotere del mezzo televisivo un’inversione del rapporto fra i controllori e i controllati: sono le ristrette minoranze dei funzionari di partito e degli eletti a controllare le masse degli elettori e non viceversa. Anche i sondaggi sono divulgati in modo selettivo, dalle agenzie demoscopiche, spesso al servizio delle élites, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica.

Nella post-democrazia il parlamento non ha più quel potere sovrano previsto dallo spirito della Costituzione, è il potere esecutivo a sostituirsi, di fatto, alla volontà del popolo, mentre la “sovranità popolare” è diventata una mera maschera con cui nascondere un potere effettivo. I rappresentanti eletti sono solo dei managers che fanno quello che gli elettori non hanno la competenza e le risorse di fare. I regimi democratici si differenziano da quelli autoritari e dispotici solo per la complessità della scelta dell’élite a cui affidare il potere, per il resto ricalcano sostanzialmente l’autorità dei regimi dittatoriali.

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