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Fu un cavallo, di nome Marco, ad aprire per primo il manicomio alla città.

Fu opera di Franco Basaglia, un psichiatra filosofo.

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Il 12 giugno 1972 il presidente della Provincia di Trieste ricevette una lettera firmata da “Marco Cavallo”. Chiedeva di non essere destinato al mattatoio perché, anche se vecchio, era ancora in grado di trasportare i rifiuti di cucina, la biancheria e altro materiale, nell’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni.

La lettera era stata scritta da suoi amici, erano persone ricoverate per malattie mentali, d’accordo con qualcuno del personale di servizio. Erano talmente affezionati al cavallo da volerlo salvare dal mattatoio. Testimoniarono di voler provvedere al suo sostentamento per tutta la sua vita e di pagare alla Provincia la medesima cifra che avrebbe ricavato dalla sua vendita.

Il 30 ottobre dello stesso anno la giunta provinciale deliberò la vendita del cavallo e decise di sostituirlo con un motocarro. Marco Cavallo non finì al mattatoio, rimase in ospedale affidato alle cure amorevoli dei ricoverati.

Affinché ne rimanesse conservata per sempre la memoria, la sua ricostruzione in cartapesta, esito del lavoro collettivo dei ricoverati, aiutati da alcuni operatori sanitari, rimase come simbolo dell’avvenuto riconoscimento, da parte dell’autorità pubblica, di una richiesta ufficiale fatta da persone affette da malattie mentali e per questo private di diritti civili.

Il cavallo di cartapesta fu anche spinto a varcare simbolicamente il cancello di uscita dal manicomio, con un coloratissimo corteo, quando nel 1974 si decise di aprire i manicomi alla città. La legge Basaglia n° 180 fu approvata dal Parlamento nel 1978.

A Marco Cavallo è stato dedicato un monumento, oggi visibile all’interno dell’Ospedale di San Giovanni, che sta a ricordare che un malato non cessa di essere una persona umana, cui la Costituzione attribuisce dignità e diritti civili inalienabili, anche quando viene definito “pazzo”. Così come un malato di cancro, nella fase terminale, rimane una persona con la sua dignità fino all’ultimo, anche un malato di mente, anche se identificato come “pazzo”, non può, essere segregato in strutture dove, in nome della pericolosità sociale, può essre privato dei suoi diritti e possono fare di lui quello che vogliono.

Ma come si è arrivati alla legge 180? Vediamone, in sintesi i passi salienti.

È meglio partire dalla profonda formazione medica e filosofica di Franco Basaglia.

Non è banale dire: “penso”. Notiamo infatti che l’atto del pensare ha significato solo perché il pensiero racchiude in sé un qualcosa che è pensato. Non esiste pensiero, che si possa definire tale, senza un suo contenuto che ne è l’oggetto. L’atto del pensare deriva dall’intenzione soggettiva, il pensato è l’elemento oggettivo del pensiero. La realtà esterna invece è un’altra cosa e può non essere determinante. L’intenzione e l’oggetto potrebbero anche esserne completamente estranei, il pensiero esisterebbe lo stesso. Per questo possiamo sospendere la realtà oggettiva che ci circonda e soffermarci solo su “come essa appare” alla nostra mente, accettandola come tale.

Ebbene, tutto questo spiega come e perché la psichiatria italiana è stata letteralmente stravolta da una personalità eccezionale come quella di Franco Basaglia. Costruì tutto il suo pensiero, e di conseguenza la sua professione di psichiatra, partendo dalle semplici considerazioni riportate qui all’inizio. Esse appartengono alla scuola filosofica Brentana, sviluppate poi da Husserl.

A differenza delle percezioni della nostra mente, derivanti dall’interazione con la realtà che ci circonda, l’intenzionalità del pensiero si forma al di fuori della realtà esterna e ha una sua peculiare manifestazione fenomenica.

Siamo nei primi decenni del ‘900, il positivismo, l’assoluta razionalità, sono entrati in crisi: la scienza si era ormai dimostrata incapace di risolvere tutti i problemi dell’uomo, soprattutto se legati ai suoi valori, alle sue emozioni, ai suoi sentimenti e quindi anche alle malattie della sua mente. La psichiatria dominante aveva navigato per anni nel tentativo di trasformarsi in una “scienza” vera e propria. La scienza, con il suo materialismo e il suo obiettivismo, aveva tentato di oggettivare la psiche umana; così quelle che essa considerava anomalie, erano diventate malattie da curare scientificamente e da misurare quantitativamente. Aveva preteso di ridurre l’uomo a un oggetto in cui emozioni e sentimenti fossero privi di una loro spiritualità.

Bergson aveva capito che per l’uomo non conta la realtà com’è veramente, ma solo come gli appare. Aveva così riscoperto che il tempo della vita è diverso dal tempo della scienza. Il mondo emozionale stava mettendo in crisi il mondo della pura ragione.

Non rifiutava però la realtà vera per questo, ma avvertiva l’incapacità dell’uomo di arrivare a conoscerla veramente. Per questo il giudizio su di essa doveva essere sospeso. Gli scettici greci avevano chiamato questa sospensione di giudizio “epochè” (ἐποχή).

Essa mette severamente in dubbio tutta l’esperienza empirica. Si rivalutano gli atti emozionali per apprezzare il calore del rapporto umano, per percepire la vitalità del mondo.

Questa, in sintesi, è una delle colonne portanti della fenomenologia di Husserl e divenne il pensiero guida di Franco Basaglia.

Decise nel 1961 di lasciare l’insegnamento per trasferirsi a Gorizia con la famiglia, dove era stato nominato direttore dell’ospedale psichiatrico. QuiuiQui entrò in contatto con la realtà dell’istituto, caratterizzata principalmente da trattamenti aberranti, come l’elettroshock, regolarmente inflitti ai malati, non considerati persone in difficoltà e da aiutare, bensì soggetti da controllare, reprimere, sedare, nascondere e da cui difendersi. 

Rifacendosi a Freud, realizzò un nuovo rapporto terapeuta–paziente, basato sul dialogo e sulla comprensione, restituendo al paziente dignità e diritti. In questo modo creò una relazione di maggiore vicinanza emotiva, mediata dal dialogo e dal sostegno morale. Abolì tutto ciò che aveva come obiettivo la disumanizzazione del malato di mente. Vietò l’elettroshock.

Qui maturò l’idea di chiudere i manicomi. Si era accorto che l’esperimento della Comunità Terapeutica non bastava: bisognava dar corso a un progetto politico che non si arrestasse alla bonifica umanitaria del manicomio, né alla semplice trasformazione delle sue dinamiche di funzionamento interno, ma mettesse in discussione la persistenza stessa dell’istituzione totale.

La svolta avvenne nell’estate del 1971, quando Basaglia vinse il concorso per la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste. Accettò subito perché gli fu garantita la possibilità di fare tutte le scelte che avesse ritenuto opportune.

Al suo arrivo erano ricoverate 1182 persone, 840 delle quali in regime coatto. Chiese subito un drastico ridimensionamento dell’ospedale, attraverso l’apertura e la riorganizzazione dei reparti. Si trattava di spezzare l’isolamento del manicomio rispetto alla città, per lavorare con un’immediata proiezione sul territorio circostante. “Marco Cavallo” ne divenne il simbolo.

Quando arrivò a sostenere che il manicomio, in quanto istituzione totale, doveva essere chiuso, fu necessario costruire una rete di servizi esterni, che arrestassero il flusso dei nuovi ricoveri e provvedessero alle necessità di assistenza per le persone dimesse dal manicomio.

Sempre nel 1973, Trieste venne designata “zona pilota” per l’Italia nella ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui servizi di salute mentale in Europa.

In quell’anno si aprirono i primi “Centri di Salute Mentale” nel territorio. Basaglia annunciò la chiusura del manicomio entro il 1977 e la legge 180 venne approvata dal Parlamento il 13 maggio del 1978.

Morì per un tumore cerebrale nella sua casa a Venezia nel 1980.

Marco Basaglia è considerato il fondatore del concetto moderno di “salute mentale” ed è grazie a lui che esiste la psichiatria odierna: terapeutica e riabilitativa. Uno dei suoi slogan era: “Visto da vicino, nessuno è normale”.

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