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Il Greenpass è come l’Ahnenpass?

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Alcuni paragonano il Greenpass all’Ahnenpass, introdotto dal nazismo per discriminare, con l’albero genealogico, la purezza della razza Ariana. Chi sostiene l’idea, è, come al solito, tacciato di no-wax o addirittura di complottismo.

Le ragioni sono sostenute con argomenti sicuramente attendibili ma che navigano spesso nel grigiore del verosimile, da entrambe le parti.

Verissimo è che chi non dimostrava la sua incontaminatezza genealogica, al tempo del Nazismo, aveva una vita difficile: non poteva accedere agli uffici pubblici, scuole, lavoro, teatri, musei, stadi ecc.

L’effetto del Greenpass, dopo il 15 ottobre, è praticamente lo stesso. Se non ce l’hai, sei costretto a subire limitazioni simili (salvo i tamponi obbligatori a ritmi impossibili), quindi sei discriminato.

Sicuramente le motivazioni che hanno determinato l’adozione del Greenpass sono ben diverse da quelle dell’Ahnenpass. La prima vuole imporre la protezione della salute dei cittadini, la seconda emargina di fatto i non ariani dalla società, è palesemente un provvedimento razzista.

Il Greenpass però, nel momento in cui viene posto come condizione necessaria per lavorare, non ha più la funzione sanitaria di distinguere il vaccinato da chi non lo è, diventa uno strumento di coercizione nei confronti di chi non vuole vaccinarsi per indurlo, con il ricatto del lavoro, a farlo.

A cosa serve allora sostenere che il vaccino non è obbligatorio? Nel momento in cui si impedisce di lavorare al non vaccinato, si viola il diritto fondamentale del cittadino di procurarsi lecitamente un reddito per vivere.

L’art. 3 della Costituzione, fra l’altro, parla molto chiaro al secondo comma: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Chi subisce una segregazione civile, istintivamente la giudica subito una costrizione, inflittagli da un’autorità superiore, che non può evitare: la sopporta come una limitazione immeritata della sua libertà e ne patisce le conseguenze, indipendentemente dalle motivazioni che l’hanno provocata.

Ecco l’importanza di risalire alle cause perché se la vittima le condivide, è più portata ad accettarne le conseguenze, indipendentemente dal suo grado di rassegnazione. È questo il punto.

Tutti siamo ancora inorriditi da ciò che accadde come conseguenza dell’Ahnenpass e non possiamo che biasimarlo senza riserve. Non sembra però che le cose siano così certe e palesi per il Greenpass.

Il vaccino è al centro di uno scarico di responsabilità che parte dai fabbricanti, passa attraverso i centri di somministrazione e si materializza in una dichiarazione di consenso del paziente. Se non firma, non sarà vaccinato, non potrà avere il Greenpass e non potrà lavorare se non con disagi discriminatori, subirà limitazioni invasive della sua normalità. Possiamo chiamare “libero” questo consenso?

Inoltre è certo che la stragrande maggioranza dei cittadini non è in grado di valutare i non rilucenti benefici del vaccino, deve affidarsi ai politici e a schieramenti opposti di medici e di biologi, il cui confronto pubblico tra favorevoli e contrari è soffocato dalla censura. Il main streem è solo ed esclusivamente a favore, non lascia il minimo spazio a chi è contrario. Possiamo chiamare “informato” questo consenso?

Mettiamo insieme lo scarico di responsabilità e le contraddizioni nel campo medico (soprattutto sulle cure), con un potere politico schierato fanaticamente a favore della vaccinazione, sino al punto di imporlo in modo indiretto. C’è da chiedersi allora se questa possa essere un’incoerenza sufficiente per creare ragionevoli dubbi e quindi il diritto, di chi non si sente sicuro, di opporsi al vaccino, fintantoché non sarà chiarito tutto. Ecco perché il paragone con l’Ahnenpass è portatore di interessanti riflessioni e come tale va, a nostro avviso, accolto.

L’agitazione dei portuali a Trieste è il frutto di tutte queste contraddizioni.

Il loro Comitato di Coordinamento ha recentemente emanato questo comunicato ufficiale:

La loro posizione risulta ormai molto chiara.

La discriminazione tra chi ha il green-pass e chi non lo possiede, posta ai fini della possibilità di accedere al lavoro, è assolutamente anticostituzionale e, alla luce di quanto abbiamo detto all’inizio, non diventa affatto tollerabile solo perché si consentono tamponi gratuiti a chi non possiede il pass. Accettare il tampone gratuito significa sorvolare sulla mancanza di una libera informazione pro e contro, in tutti i media che contano, significa anche accettare che a coloro che sono contrari per motivi personali, venga negato di fatto il diritto al lavoro.

Ecco perché il problema del green-pass non è sanitario ma solo ed esclusivamente politico.

Non dobbiamo dimenticare che solo l’Italia sta applicando misure così drastiche e uno dei punti di forza del Comitato di Coordinamento dei Portuali di Trieste è che, se si riuscirà ad interessare all’agitazione anche i trasportatori, componente sostanziale della logistica delle merci, il blocco della circolazione delle merci per terra e per mare avrà un impatto notevole nell’economia non solo italiana.

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