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Il vincolo di mandato e il populismo.

Cosa c’è di sbagliato?

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La “democrazia parlamentare” implica che il popolo sia titolare delle decisioni politiche di uno Stato, tramite i suoi rappresentanti. L’art 67 della Costituzione stabilisce che ogni eletto in Parlamento rappresenti la Nazione ed eserciti le sue funzioni senza vincolo di mandato. Questo perché i parlamentari dovrebbero occuparsi più del bene generale della Nazione che a intrecciare interessi personali con i propri elettori. Rimane da chiedersi se sia proprio il vincolo di mandato una delle cause maggiori di conflitto d’interessi e di possibili comportamenti disonesti del parlamentare.

È palese la progressiva perdita di capacità d’iniziativa di legge del Parlamento, a vantaggio del Governo. Questo processo ha limitato sempre di più la funzione legislativa delle camere, chiamate quasi sempre ad approvare ciò che l’esecutivo propone, sotto la minaccia della sfiducia e della conseguente crisi.

Inoltre sono i partiti che oggi nominano i candidati alle elezioni politiche, determinando a tavolino chi sarà eletto nelle liste bloccate. Così se il partito fosse controllato da una lobby, sarebbe quest’ultima ad estendere il suo potere indiretto anche sui singoli parlamentari. La mancanza del vincolo di mandato, in questo caso, favorisce l’asservimento del rappresentate del popolo alla segreteria del partito e quindi al potere economico.

La mancanza di vincolo di mandato ha rafforzato la tendenza a creare una classe politica di tipo manageriale, conoscitrice delle leggi e dei regolamenti parlamentari, al servizio delle élites che puntano ad affermare la loro egemonia sullo Stato, senza considerare vincolante il volere del popolo. Ci sono varie considerazioni che inducono a pensarlo.

L’economia di mercato crea ineguaglianze, nella distribuzione delle risorse, come differenze di reddito, di ricchezza, di status, di conoscenze, di cultura, di accesso all’informazione, di controllo sulle comunicazioni e di sicurezza economica. Chi possiede più risorse finisce inevitabilmente per esercitare un potere nei confronti di chi non le possiede o ne dispone in minore quantità.

Cosa può trattenere un ricco imprenditore dall’anteporre l’interesse personale al bene comune, in un clima sociale dove l’utile domina in assoluto e il dio denaro regna incontrastato? Quanto possiamo essere convinti che la solidarietà, il senso della Stato, il rispetto della funzione redistributiva della ricchezza, operata dalle imposte, prevalgano sull’individualistica smania di arricchirsi il più velocemente possibile?

Si sa che il denaro ha sempre accompagnato il potere, da quando il mondo è mondo. E chi lo detiene trova facile gioco a influenzare la vita politica, condizionandola ai propri obiettivi. Non disdegna nemmeno la corruzione, se necessario, patteggiando anche favori e influenze. I mezzi per farlo non gli mancano.

Va anche osservato che finché il lavoro e l’impresa sono in funzione di guadagni destinati al soddisfacimento dei bisogni propri e della famiglia, alla sua sicurezza e al suo necessario benessere, l’accumulo di ricchezza e di risparmio si può considerare legittimo. Nel momento però in cui si supera tale limite, la ricchezza smisurata, alimentata ad oltranza, diventa un potenziale di potere che, se esercitato nella politica, nelle istituzioni, nella società in genere, riesce a condizionare la gestione di una qualsiasi comunità e quindi dell’intero Stato.

Pensiamo a quanto può rendere ad una banca un prestito fatto ad un singolo, ad una famiglia, un mutuo per la casa, un prestito per acquistare una vettura o cose di questo tipo. Se poi confrontiamo questi guadagni con gli interessi pagati da uno Stato sul debito pubblico alla finanza internazionale, ci accorgiamo che la differenza è madornale: è un intero paese che lavora per questo. Non è più una singola persona, una singola famiglia, una singola azienda, ma è tutto uno Stato ad essere subordinato al pagamento degli interessi a alla restituzione del debito. Per le banche internazionali i guadagni sono immensi e di conseguenza anche il loro potere lo è.

Inevitabilmente questo potere travalica i confini finanziari e invade il mondo politico, sociale ed economico di uno Stato. L’Unione Europea ne è un esempio lampante.

Tutto questo rende credibile il pensiero di Weber e di Schumpeter secondo cui la gestione del potere è affidata a una ristretta classe dirigente. Alla grande maggioranza del popolo incompetente rimarrebbe solo la facoltà di scegliere l’élite alla quale affidare il potere di comando e alla quale ubbidire con ordine e disciplina; ammesso, ma non concesso, che le élites in lizza siano molteplici, realmente diverse fra loro, in vera competizione e tutte con l’obiettivo di fare gli interessi del popolo.

D’altronde è impensabile pretendere che la maggior parte dei titolari del diritto di voto possano disporre delle conoscenze e della preparazione culturale necessarie per scegliere e giudicare i propri rappresentanti politici, supposto anche che lo potessero fare. Solo pochissimi arrivano a farlo in modo consapevole. Spesso la scelta del candidato sarebbe dettata, oltre che da fattori irrazionali, anche dalla dose di fiducia che l’elettore sarebbe disposto a riporre sulle promesse elettorali, più o meno in sintonia con le sue necessità e convinzioni. In ogni caso poi, la mancanza del vincolo di mandato libera il politico da ogni impegno con il proprio elettore. Con le liste bloccate, arriva perfino ad allontanarlo dalla visione generale del Paese e dal concetto di bene comune.

D’altronde è indubbio che rimane un’enorme quantità di bisogni fondamentali e legittimi ancora da soddisfare, perché il progresso economico, avvenuto fino ad ora, è finito prevalentemente a vantaggio dei più ricchi. Lo stato di bisogno apre al ricatto per ottenere un posto di lavoro, alla subordinazione pedissequa del lavoro al capitale e alla finanza. La libertà di fatto non esiste, non esisterà finché l’uomo è vittima dei suoi bisogni e finché non avrà un grado di cultura sufficiente per esercitare consapevolmente i suoi diritti di cittadino.

Dovrebbero essere questi gli obiettivi politici primari di una società che pretendesse di qualificarsi come “civile”.

Ci sono però evidenze che ci inducono a pensare che le democrazie occidentali non stiano affatto perseguendo il miglioramento della consapevolezza dell’elettore. Basti pensare alle liste elettorali bloccate, che tolgono al cittadino la facoltà di scegliere le persone da mandare in Parlamento; ai tagli ripetuti delle risorse destinate alla scuola pubblica; al controllo che le élites hanno dell’informazione; alla mancanza di chiarezza insita nel sistema di finanziamento dei partiti e nei loro bilanci, che li espone a dipendenze economiche non alla luce del sole; solo per citarne alcune tra le più evidenti.

La globalizzazione ha fatto emergere un’élite internazionale che possiede strumenti potentissimi per condizionare un Paese, un solo punto in più di spread rappresenta circa 3,5 miliardi di euro e le agenzie di rating fanno a gara per influenzarlo. Il peso degli interessi passivi pagati dallo Stato italiano, quando aumenta troppo lo spread, rischia di assorbire parti consistenti delle sue risorse prodotte in anno. Le agenzie di rating internazionali hanno una grossa responsabilità, è lecito pensare che anch’esse abbiano forti interessi allineati con le grandi banche internazionali private.

Queste considerazioni ci portano dritte alla conclusione che i partiti non svolgono affatto la funzione di convogliare il voto dei cittadini su élites in competizione fra di loro, cosa che salverebbe lo spirito democratico nel sistema politico.

In realtà la globalizzazione ha imposto nodi di connessione mondiali con una regia sovranazionale che dipana i suoi giochi di potere dietro le quinte, completamente al di fuori delle istituzioni democratiche. Di fatto il cittadino non può esercitare nessun potere su di essi, può solo subire e tacere, imprigionato nella sua impotenza.

Il percorso delle decisioni politiche nei nostri sistemi democratici è invertito. Non c’è una libera volontà popolare che matura le proprie decisioni e i propri indirizzi politici su cui impostare la delega ai propri rappresentanti nelle istituzioni parlamentari. Chi gestisce le informazioni attraverso i mezzi di comunicazione di massa, le seleziona e le adatta in funzione di obiettivi ben precisi, togliendo così al cittadino gli elementi per costruirsi un giudizio obiettivo. I partiti inoltre sono relegati in una rete d’interessi personali e di comitati d’affari che essi stessi gestiscono al di fuori delle istituzioni. È chiaro che la vera democrazia è solo una mera utopia che serve a mascherare una sostanziale tirannia: quella delle oligarchie economiche e finanziarie, del mercato, del neoliberismo e della globalizzazione.

La perdita di sovranità sulla moneta ha creato notevoli problemi all’Italia, in un clima europeo spinto all’estremo neoliberismo, con il libero mercato che arriva ad estendere la sua egemonia anche sui valori individuali e sociali più umani. È chiaro che ormai l’Europa unita e democratica è diventato un miraggio da ingenui. Intanto dovremo difendere le nostre istituzioni e le nostre eccellenze dal saccheggio operato dalle oligarchie finanziarie internazionali.

Non rimarrebbe che il populismo. Nell’accezione più comune oggi usata, se ne dà però un significato negativo.

Poiché i populisti sono i partiti e i movimenti politici che intendono rappresentare gli interessi della popolazione, contro quelli dell’establishment e delle cosiddette élite, è ovvio che le oligarchie al potere si difendano, gettando il discredito su di loro. Dispongono di tutti mezzi più potenti per farlo. Le élites, che si sono scambiate il potere nel corso degli anni, non possono accettare che nuovi gruppi di potere politico, estraneo al loro, possano pretendere di prendere in mano il Paese.

D’altronde anche l’atteggiamento demagogico di certi leader populisti è volto ad assecondare le aspettative “di pancia” del popolo, indipendentemente da ogni valutazione di contenuto e di opportunità, solo per ottenere il consenso politico o la popolarità.

Abbiamo visto esibire il rosario durante i comizi, invocando santi e madonne, consci che il 65% della popolazione italiana si dichiara cattolica e credente, anche se non tutti sono praticanti. Questo ha ricordato le elezioni del 1948, in cui la DC di De Gasperi prese la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, tapezzando i muri delle città con manifesti con cui si ricordava al votante che nella cabina di voto “Dio ti vede, Stalin no”.

Che dire quando qualcuno si dichiara sensibile e responsabile come un “papà”, e poi non disdegna di esibire atteggiamenti muscolari oppure si esibisce mentre impugna una mitragliatrice, per dare di sé un’immagine fortemente determinata. Questa è retorica bella e buona e della peggiore specie. Purtroppo ha anche la sua efficacia.

Ma il populismo, se fosse inquadrato come una difesa effettiva degli interessi del popolo, avrebbe anche aspetti positivi che meriterebbero di essere valorizzati e adottati come doverosi correttivi della degenerazione della democrazia attualmente in corso. Sembrerebbe l’unica via possibile verso un decisivo cambiamento di rotta, contro il neoliberismo e la globalizzazione più efferata. È solo questo tipo di populismo che può essere una garanzia contro la delocalizzazione delle aziende più sane, quelle più produttive, in paesi dove il lavoro costa meno, lasciando sul lastrico centinaia di lavoratori. Sono proprio quei lavoratori che hanno costruito con il loro impegno la crescita tecnologica e di mercato della stessa azienda.

È solo il consenso popolare l’arma più efficace che consente di costruire un vero e proprio freno al potere neoliberista. Intellettuali onesti e amanti della ricerca della verità e della giustizia potrebbero contribuire a indirizzare il consenso popolare verso la difesa del bene comune. Credo che sia l’unica via rimasta per riscattare la nostra dignità di “umani” da quella degenerata di meri consumatori, in balìa degli interessi finanziari sovranazionali.

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