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La Temperanza e il potere

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Capita spesso che scatti in noi la necessità di desiderare un bene più per avergli attribuito un valore simbolico che per la sua naturale funzione. Quel bene spesso ha solo il valore estetizzante di affermare il rango sociale, sulla base della propria capacità economica. Questo è un fenomeno molto diffuso, talvolta anche con stili di comportamento eleganti e signorili, spesso camuffati con nonchalance, ma con la stessa sostanza.

È un prodotto della competizione sociale e della brama di potere, a essa legata, che porta all’accumulo senza limiti della ricchezza, favorendo la concentrazione del potere in poche mani. È una dinamica presente da sempre nelle classi agiate.

Se ci chiedessimo chi è più felice, nota è la risposta di Erodoto. Egli racconta che Solone aveva spiegato a Creso, re di Lidia e l’uomo più ricco dell’antichità per antonomasia, che non è felice l’uomo che possiede più ricchezze, ma lo è il più fortunato, anche se è povero. Infatti la fortuna lo tiene lontano dai fastidi, dalle malattie e dalle avversità che non dipendono dalla sua volontà, anche se non può soddisfare tutti i suoi desideri. La ricchezza non è sinonimo di fortuna: l’agguato delle sventure è sempre un’incognita per tutti, indipendentemente dall’agiatezza goduta.

Secondo Platone, nella Repubblica, lo Stato che punta allo sfarzo, per esibire la propria grandezza, è destinato alla rovina per instabilità politica perché tanto più apprezza la ricchezza e il denaro, tanto meno dà valore alla virtù. I suoi governanti si arricchiscono, puntando a conservare il potere ed essi stessi, per primi, non osservano le leggi. Ponendo sui piatti della bilancia virtù e ricchezza, l’ago s’inclina sempre a svantaggio della virtù. Questi politici diventano sempre più avidi di ricchezze, lodano e ammirano il ricco, dandogli potere, e disprezzano il povero: la democrazia finisce inesorabilmente per trasformarsi in una tirannia sostanziale.

Nella Grecia antica si disprezzava il lusso esibito solo per farsi ammirare, alla “polis” era più conveniente una ricchezza moderata, se non la frugalità. L‘etica della competizione era stata sostituita con quella della cooperazione, cioè la sophrosyne (σωφροσύνη), intesa come autocontrollo ed eliminazione dell’eccessivo; ad Atene era diventata la virtù apprezzata più di tutte le altre, nell’azione civile e in quella militare. La sophrosyne è la temperanza: cioè l’etica che permette di controllare le passioni, Aristotele la chiamava anche phronesis (φρόνησις) cioè saggezza. Ciò significa che, se uno non è temperante, cioè non sa dominare la brama per il denaro, la vita agiata e i piaceri in genere, non può nemmeno essere saggio.

Nel mondo romano gli eccessi smodati di esibizioni di ricchezza e di potenza non sono mancati. Ricordiamo prima fra tutti la “Domus Aurea” di Nerone. E sui parvenu romani abbiamo la testimonianza di Petronio Arbitro. Ha descritto il banchetto di Trimalcione nel Satyricon; era l’uomo nuovo, il liberto che, raggiunta la ricchezza nell’ambito economico, voleva emergere anche in quello culturale, esibendosi con versi ridicoli, oggetto di satira da parte dei colti aristocratici. La sua ricchezza, esibita con larghezza di mezzi nel banchetto descritto da Petronio Arbitro, non copriva la sua volgarità, la sua goffaggine e la sua asineria.

A.H. Maslow aveva posto al vertice della sua piramide dei bisogni umani la soddisfazione di sé con il massimo dell’autostima.

Pericle ne fu l’esempio più rappresentativo, era amico di Protagora, un sofista che sosteneva che non si potesse arrivare con la ragione alla verità e che l’unica regola possibile di vita poteva essere: «L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono». Conta solo ciò che è utile all’uomo. Fu il primo agnostico della storia.

Il denaro e il potere hanno la caratteristica di non bastare mai, nota Luciano Canfora, le oligarchie hanno la tendenza di accumularne all’infinito. Diversamente invece gli animali non accumulano oltre al necessario per saziarsi. Non è vero che i poveri sono avidi di beni materiali, sono i ricchi a non esserne mai paghi.

Questa avidità illimitata è frutto di una natura malvagia che ha inserito un istinto innato nell’uomo, tipo ”homo homini lupus” di Tomas Hobbes, oppure è solo un fatto culturale acquisito dall’ambiente, dalle usanze, da una sorta di crescita dei bisogni con il benessere, dall’evoluzione in habitat più o meno ostili?

Il fatto che solo certe categorie di persone sentano il bisogno di accumulare senza fine denaro e potere, dimostra chiaramente che non è un fattore genetico innato in tutti. L’obiettivo fondamentale dell’uomo è la felicità, cosa questa non necessariamente legata al denaro e al potere.

In ogni caso, in una società impostata in questo modo, il successo di una persona si misura dalle risorse economiche che possiede e dal potere che da esse deriva; anche ogni attività intellettuale propria e indipendente dal periodo scolastico, è possibile solo risolvendo prima il problema economico.

Ai tempi della Grecia classica il lavoro era disprezzato e riservato agli schiavi, l’uomo libero andava in palestra, allenava il corpo con la ginnastica e lo spirito con la poesia, l’arte e la musica.

Gli antichi romani avevano un’economia basata sulla schiavitù e il loro “ozio” era la migliore delle virtù perché consentiva, a chi se lo poteva permettere, lo studio delle arti liberali e del pensiero filosofico, fattori fondamentali per sentirsi uomini liberi, impegnati in politica e nella società.

Ai giorni nostri il mito del “self made man” ha creato Paperon de’Paperoni, la zio Paperone dei fumetti di Walt Disney che, da un semplice cent iniziale, è riuscito a costruire una fortuna. Non a caso è nato nel 1947 dalla penna di Carl Barks. Zio Paperone è straordinariamente avaro, ha un nipote, Paperino, che è esattamente l’opposto: non lavora e non risparmia, è indolente, irascibile, frustrato, sfortunato, pieno di problemi ma in compenso ha un cuore buono, è generoso, leale e talvolta anche eroico. È l’incarnazione dello stereotipo dell’uomo medio moderno.

Anche noi italiani, dopo l’ultima guerra, siamo stati allevati, sin dalla tenera età, con questo sogno di tipo americano; ci è stato fatto credere che le vie del successo economico sono aperte a tutti e che dipendono solo dall’abilità personale. Poi, l’impatto con la dura realtà non ha tardato a farsi sentire e allora abbiamo capito finalmente che non possiamo diventare tutti dei Bill Gates o degli Steve Jobs. Oggi l’economia digitale e informatica è un settore in cui molti giovani si buttano con grande passione e con grande entusiasmo, consci del momento favorevole che ne fa uno dei settori più in espansione; ma quanti di loro diventeranno novelli Steve Jobs? Forse qualcuno, forse nessuno.

È giusto proporre ai giovani il modello del “self made man” come percorso standard verso il successo nella società? Ci sono due aspetti che dovrebbero essere ben valutati, prima di accettare un principio del genere.

In primo luogo: siamo sicuri che il modello di successo prettamente economico sia la condizione essenziale per essere felici? Perché dovrebbe essere questo l’obiettivo di tutti i giovani?

Negli USA, Horatio Alger e i “dime novel” hanno avuto un enorme potere divulgativo simile, per i giovani ragazzi americani, a quello svolto più tardi da Liala e i romanzi di appendice in Italia per le ragazze. Il sogno americano era intriso di virtù e di bene che finivano sempre per trionfare sul male, con un giovane protagonista, buono e volonteroso, che esce dalla miseria e conquista una posizione sociale di buon livello. Circa la stessa cosa erano le “domestic novel” inglesi.

Quanti giovani però non hanno le caratteristiche di aggressività nel loro carattere, necessarie per lanciarsi nella competizione e per tentare di arrivare primi? O semplicemente sentono questi obiettivi del tutto estranei alla loro personalità, al loro modo di concepire la vita? Non tutti sono pronti a mordere la loro esistenza con decisione e tenacia, pur di raggiungere ricchezza e potere. Questa disputa presuppone un carrierismo sfrenato e disumano, una selezione della specie fatta solo di interessi personali e di una visione fortemente egoistica del mondo. Cosa proponiamo di convincente a questi giovani che non accettano queste regole del gioco? Che posto e che livello economico può spettare loro nella nostra società?

In secondo luogo un giovane, pur avendo tutte le caratteristiche canoniche caratteriali per arrivare primo nella disputa per il successo, potrebbe non desiderarlo affatto, potrebbe porsi liberamente degli obiettivi personali diversi che per lui sarebbero più appaganti. Il materialismo, di cui è fatto il mondo di chi accetta la sfida della ricchezza e del potere, può non avere nulla a che vedere con le aspirazioni di realizzazione culturale, umanistica, intellettuale o artistica che un giovane dovrebbe liberamente poter esprimere e realizzare. Anche nel Grande Gatsby il mondo dei sentimenti e dell’amore è penalizzato dalle dinamiche della ricchezza e del potere. Quale dignità sociale riserviamo a tutto ciò che non è economico o finanziario? Di quale sostegno può disporre?

In realtà accade che è l’economia a controllare tutto il resto e quindi anche il mondo emozionale e sentimentale dell’uomo. È l’uomo a essere subordinato all’economia e non viceversa. L’aspetto economico condiziona l’arte, la cultura, la crescita dell’intelletto ed anche i mezzi per realizzarli. Per questo il mito illusorio del “self made man” sopravvive ancora e viene sostenuto dalle élite dominanti, pur apparendo in netta contraddizione con la loro tendenza a conservare il loro status privilegiato esclusivo, eliminando i concorrenti. “Puoi crederci quanto vuoi, così intanto lavori, produci e non ti lamenti, capirai che è tutta un’illusione quando sarà troppo tardi e non potrai più rincominciare da capo”.

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