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Parliamo di retorica moderna e di post-verità.

Oggi il verosimile è spesso dato come verità.

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La retorica viene intesa per lo più come un esercizio formale della parola, volto a distrarre e a sedurre l’ascoltatore, con eleganze incantatrici e sonorità vuote. Però rifiutarla a priori, solo per questo, senza prima averne fatta un’attenta analisi, sarebbe comunque un grosso sbaglio.

Ha origini antichissime. All’inizio del V secolo a.C., in Sicilia due tiranni, Gelone e poi Gerione I, espropriarono delle terre, per pagare i mercenari che avevano combattuto per loro. Due avvocati, Corace e Tisia, perorarono le cause che ne seguirono e adottarono con successo la nuova precettistica secondo cui ciò che “sembrava vero” era più importante di ciò che “era vero”, bastava che venisse “creduto” tale. Contemporaneamente applicarono la retorica psicagogica della prima scuola di Pitagora, per la quale la reazione emotiva, provocata dalla parola, dominava e confondeva la capacità razionale dell’ascoltatore, impedendogli di verificare il rigore logico delle tesi dell’oratore.

La magia della parola era ottenuta con due tecniche particolari. Si utilizzava in abbondanza la figura dell’antitesi, derivante dalla teoria degli opposti di Pitagora, aggiustando inoltre il discorso al tipo di ascoltatore a cui era destinato (questa tecnica era chiamata “politropia”, anch’essa di scuola pitagorica. Empedocle ne fu uno dei più illustri esponenti).

Solo per fare un esempio molto semplice, anche se un po’ riduttivo, pensiamo all’effetto che può avere una serie di brevi antitesi, ai limiti con l’antilogia, scelte fra le più brillanti, ma comunque innegabili, enunciate una dietro l’altra, tipo: questa cosa non è …., inoltre non può essere ….. ed e evidente che non è …….. (e avanti cosi ancora), per fare concludere tutta la tiritera con un’asserzione finale opposta e positiva. Basterà che quest’ultima sia solo verosimile, ma comoda, perché il consenso dell’ascoltatore, cresciuto sempre più lungo la serie delle negazioni evidenti, si apra alla persuasione, grazie alla positività dell’affermazione finale verosimile.

Se poi tutto questo percorso è condito con emozioni opportunamente guidate dall’oratore, l’effetto conclusivo e assicurato.

I presupposti fondamentali, imprescindibili, del discorso alle folle, erano essenzialmente due. Uno si basa sulla competenza dell’oratore, a confronto con l’incompetenza di molti. L’altro sul rigore logico che, pur essendo, ineccepibile dal punto di vista formale, partiva pero da presupposti verosimili (opinabili) che inevitabilmente si concludevano con tesi altrettanto verosimili e opinabili. La logicità del percorso intermedio spingeva l’uditorio ad accettare come vera la conclusione finale, anche se era solo verosimile.

Questo metodo, vecchio di 2500 anni, e usato ancora oggi con efficacia. Basta fare attenzione a quando parla qualche oratore in televisione o in qualche piazza.

Quasi un secolo dopo, l’Attica prese il sopravvento sui temi della verità e della persuasione. Mentre da una parte emersero la dialettica di Platone e il sillogismo di Aristotele, con la legittima ambizione di ricercare la verità (aletheia – λήθεια), dall’altra, dilagò la retorica dei sofisti, che dichiarava invece che la verità non era raggiungibile e quindi bisognava limitarsi solo a persuadere con le verosimiglianze (doxa – δόξα), per ottenere il consenso.

Il lavoro di Aristotele, con il suo libro sulla retorica, rimase fondamentale per molti secoli successivi e possiamo dire che è rimasto un impor tante riferimento ancora ai nostri giorni, dopo che Chaim Perelman (Varsavia 1912-Bruxelless 1984) ha fondato la nuova retorica con il suo ormai famoso libro “Trattato dell’argomentazione – La nuova retorica”.

Se consideriamo la logica classica del ben noto sillogismo: “tutti gli uomini sono mortali, Socrate e un uomo, Socrate è mortale”, qui il sillogismo e perfetto, e sancisce una verità indiscutibile.

Se però sostituiamo la premessa certa, assoluta e universale con un’affermazione probabile o parziale, il ragionamento, apparentemente rigoroso, porta a conclusioni non più vere.

Luciano De Crescenzio lo dimostrava con il suo tipico esempio di sillogismo retorico: tutti i treni fischiano, il professore fischia, il professore è un treno. L’errore proviene dalla portata che si dà alla premessa maggiore perché non tutto ciò che fischia è un treno.

I sofisti avevano inventato anche il sillogismo ipotetico, es.: se cadesse una tegola dal tetto, potrebbe fare del male a un passante, ergo le tegole sono pericolose e vanno eliminate. È evidente che la maggior parte dei tetti delle case sono fatti con le tegole, quindi la conclusione è sicuramente sbagliata. Pensiamo però all’infinità di sillogismi ipotetici che potremmo inventare, sfumandone la verificabilità per nasconderla ai più, soprattutto se richiedesse una certa competenza.

Nel medioevo, si raffinò la tecnica del sillogismo “modale”, in cui una delle “premesse” e la “conclusione” dipendono dalle modalità con cui stabiliamo se le affermazioni sono vere o false. Infatti se, per esempio, prendiamo il primo sillogismo assolutamente vero, quello di Socrate, e cambiamo diversamente il modo di esprimerlo, pur dicendo le stesse cose, otteniamo una falsità indiscutibile: Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è mortale, Socrate è un uomo.

Questo sillogismo e sbagliato, è solo verosimile perché non è la mortalità che distingue gli uomini dagli altri esseri viventi. Tutti gli esseri viventi sono mortali e l’uomo è mortale perché è un essere vivente. L’uomo si distingue dagli altri esseri viventi per motivi ben diversi.

Per dimostrare quanto sibillina sia la retorica, camuffata da finta logica, Bice Mortara Garavelli (Montemagno 1931 – “Manuale di retorica”), riportando un esempio di Umberto Eco, spiega una pubblicità di una penna a sfera. Il messaggio dice: “vuoi sapere come si distingue una penna xy, con sfera in diamante, dalle comuni penne con sfera in ferro? La sfera in ferro si attacca alla calamita, quella di diamante no, la sfera della penna xy è di diamante e quindi non calamitabile”.

Il messaggio implicito conclusivo è che la penna xy scrive meglio delle altre perché ha la sfera in diamante e lo si può controllare con la calamita. Questo procedimento logico è errato.

Nell’esempio portato da Luciano De Crescenzio la conclusione del professore/treno è talmente assurda da far balzare subito agli occhi l’evidenza dell’errore. Invece nel caso della penna a sfera, l’errore non è cosi evidente; infatti la conclusione che la penna a sfera xy sia la migliore, appare implicita e spontanea anche se sbagliata.

Il ragionamento e stato impostato ad arte per nasconderne l’incongruenza: ci sono altri materiali che non sono calamitabili, senza essere idonei a essere usati per le sfere delle penne; inoltre non possiamo escludere che ci siano penne di altre marche con la sfera di diamante.

Nella pubblicità e nella politica abbondano artifizi di questo tipo. In retorica è bene diffidare sempre, le insidie ci aspettano dietro l’angolo e riconoscerle non è sempre facile.

Ci si potrebbe aiutare fissandoci nella mente una parola che rappresenta queste incongruenze logiche, usata da Aristotele: “entimeme”.

Abbiamo visto come possiamo far apparire logico un processo mentale assolutamente sbagliato: basta mettere, al posto della premessa universale, una solo verosimile, valida cioè “per lo più”, avremo conclusioni solo probabili, presentate però come verità. Solo avendone la competenza, potremmo confutarle. Infatti per riconoscere subito l’inganno di questa falsa logica, smascherando la premessa verosimile, dovremmo conoscere bene l’argomento trattato.

Possiamo aggiungere anche che non dovremmo essere distratti da emozioni che mancano nel caso della nostra penna con la punta non calamitabile, ma che invece molto spesso connotano i messaggi pubblicitari, e quelli dei politici, per nascondere l’inganno e renderli più efficaci.

Pensiamo al loro frequente accostamento con un sorriso accattivante di un volto simpatico e carino o col corpo di una bella donna. Inoltre il tipo di uditorio che un oratore affronta, richiede un’attenta valutazione delle sue competenze. Questo è l’humus su cui l’oratore confida, quando parla alla folla, per costruire il consenso.

Aristotele, ne fa un’analisi molto attenta, distinguendo i discorsi destinati alla giuria di un tribunale da quelli fatti a un’assemblea politica deliberante. Sono competenze molto diverse, sicuramente di livello elevato, che l’oratore deve avere se vuole cimentarsi con queste platee. Ma in entrambi i casi, i discorsi sono diversi da quelli destinati a una folla eterogenea composta da gente comune, che Aristotele chiama epidittici”. In essi l’apparenza logica dell’entimeme può ingannare solo i non competenti; su questo si fonda la “captatio benevolentiae” del pubblico e quindi il successo della persuasione. Si presume che in una folla eterogenea, presa a caso, la competenza generale media sia piuttosto scarsa.

Quintiliano (Spagna 35 d.C. – Roma 96 d.C.), e più tardi anche Boezio (Roma 475/477 d.C. – Pavia 524/526 d.C.), aggiunsero poi il caso in cui la premessa dell’entimema fosse sottintesa. Se diciamo, ad esempio, che un vestito è di produzione italiana, intendiamo dire che è di buona fattura. La premessa sottintesa è che in Italia si producano vestiti ben fatti, ma questo è chiaramente falso, detto in assoluto, perché non mancano anche quelli brutti e dozzinali. Qui giocano a favore dell’entimeme l’esistenza di stilisti italiani famosi nel mondo e il sentimento patriottico, che connota il messaggio pubblicitario d’italianità campanilistica, per renderlo emotivamente più accattivante.

Purtroppo non sempre si riesce a svelare subito questi artifizi e così si rischia di lasciarsi persuadere da opinioni non verificate, frutto di procedimenti falsamente veritieri, cioè spesso si è vittime degli entimemi.

Nei giorni nostri Chaim Perelman è considerato il padre della retorica moderna.

Secondo Cartesio, e i positivisti, solo un sistema di pensiero che possa avere la dignità di scienza, fatto di concetti chiari, distinti e inoppugnabili, può portare alla verità. Esso considera falso pertanto l’opinabile, il verosimile.

Perelman rifiuta questa dicotomia manichea perché sostiene che la maggioranza dei casi sfugge alle certezze del calcolo e ci si deve accontentare del verosimile. E impossibile dargli torto.

Spesso il procedimento dialettico può solo limitarsi ad argomentare il verosimile, il probabile. È questo il campo del discorso retorico, attraverso il quale l’oratore cerca di persuadere l’uditorio ad accettare la propria tesi.

In analogia con la retorica antica, anche quella di Perelman sostiene che ogni argomentazione si sviluppa in funzione dell’uditorio, a cui è destinata. Ma più che sull’effetto psicagogico (emotivamente travolgente), la sua nuova retorica si fonda sulla struttura dell’argomentazione, sui mezzi discorsivi per ottenere il consenso.

Per questo è interessante comprendere bene il suo pensiero. Egli distingue tra “dimostrazione” e “argomentazione”. La dimostrazione è una serie di deduzioni che partono da un assioma (verità impersonale, pensiero divino, un risultato ell’esperienza o un semplice postulato dell’autore) che, per definizione, non si pone in discussione e non può essere oggetto di persuasine perché già considerato di per sé una verità.

La dimostrazione e fatta di una sequenza logica “necessaria” che porta all’unica conclusione possibile, ritenuta anch’essa una verita conseguente. Perelman spiega che l’argomentazione invece lascia all’uditore la possibilità del dubbio e in essa è determinante il contatto intellettuale delle menti dell’uditorio con quella del relatore. È una sorta di comunanza spirituale che si realizza in modo niente affatto spontaneo. infatti è l’uditorio a determinare la qualità dell’argomentazione, con le sue competenze e caratteriste.

Perelman distingue a questo proposito la persuasione dal convincimento. È persuasiva un’argomentazione particolare adatta per un solo auditorio specifico, con caratteristiche proprie. E convincente invece quell’- argomentazione che può essere universale, adatta cioè a tutti gli uditori di qualsiasi tipo.

Diversamente da Pascal e da Kant, che ritenevano che questa distinzione dovesse essere oggettiva e netta, Perelman sostiene che essa continui a dipendere esclusivamente dall’uditorio e quindi non può che rimanere imprecisa.

Il discorso del relatore ha lo scopo di incidere sul grado d’intensità dell’adesione dell’uditorio a determinate tesi. Se ci si propone di convincere la conoscenza è dunque condizione preliminare di ogni argomentazione efficace. Questo consente di trovare i mezzi più idonei per persuaderlo, cioè per “condizionarlo”. Non è importante ciò che il relatore ritiene vero o probante, è l’uditorio che determina il contenuto dell’argomentazione, infatti può benissimo permettersi di rifiutare una cosa che il relatore ritiene vera.

Le stesse regole valgono nell’interlocuzione con un’altra singola persona. Perelman spiega che anche l’uditorio universale rimane sempre frutto di una costruzione specifica di ogni individuo e di ogni cultura, lo si realizza quando chi non si ritenesse parte di esso, può non essere preso in considerazione, senza che questo comporti dei problemi. Un uditore recalcitrante può sempre essere squalificato, facendolo passare per stupido o anormale. Anche la riflessione personale ha bisogno di una sua particolare argomentazione. Accade spesso che l’interlocuzione con altri si riveli il mezzo per chiarire meglio a se stessi le proprie idee.

Perelman ritiene che siano necessarie le premesse del discorso, per convincere l’uditorio. Le distingue in reali e in preferibili. Quelle reali sono i fatti, le verità e le presunzioni, quelle preferibili sono attengono a valori, gerarchie di valori e a luoghi comuni. Un fatto è tale solo se non e controverso, su cui sia incontestabile un accordo universale. Salva è però sempre la possibilità che una delle parti possa metterlo in discussione, per questo non esistono enunciati definitivi. Anche le verità sono simili ai fatti. Sono solo sistemi più complessi che spesso legano piu fatti. Fatti e verità non sono pertanto realtà oggettive, assolute e incontestabili. Possono essere sempre confutate e, se accade, l’oratore non può più utilizzarle come premesse su cui costruire un convincimento universale dell’uditorio. Le presunzioni sono ciò che l’uditorio considera normale e verosimile, equivalgono, come efficacia, ai fatti e alle verità quando godono dell’accordo universale, che pero non è mai massimo, lo si deve sempre rafforzare con altri elementi. Se poi alla fine il relatore riesce ad accordarsi su di loro con l’uditorio, hanno la stessa validità dei fatti e delle verità. La stessa cosa accade sui valori. Non esistono valori universali, emergono inevitabilmente differenze particolari per cui possono essere richiamati solo con uditori particolari. Se si contesta un valore con una particolare platea, bisogna proporne subito un altro in sostituzione su cui ritrovare l’accordo; il compito del valore è di superare mancanze di accordi e di ristabilire il consenso unanime.

Ogni uditorio particolare ha una propria gerarchia dei valori che poi, in pratica, è più importante dei valori stessi, quindi non può non essere tenuta in considerazione. Spesso gli stessi valori si fondano su luoghi comuni e quindi anch’essi sono indispensabili. C’è un’infinità di esempi.

Ciò che avviene più spesso, con più probabilità, con più evidenza ed è più abituale, più normale, induce più facilmente ad essere imitato, ripetuto e accettato. Mentre ci possono essere cose per le quali è privilegiato l’unico, l’originale, il precario, l’irrimediabile, il raro. Ciò che deriva dal passato ed ha avuto una lunga vita precedente, è preferito a ciò che ha alle spalle un’esistenza breve. Così pure è considerato superiore il reale rispetto al probabile o all’eventuale. Spiccano inoltre i meriti delle persone e i luoghi comuni sulla dignità e sulla liberta. La fase successiva è la selezione.

L’oratore deve decidere cosa trattare e cosa tralasciare. Questa è una sostanziale valorizzazione, nelle coscienze degli uditori, dei concetti selezionati a danno di quelli trascurati. È una fase essenziale. Quelli inseriti nel discorso vanno dotati dell’interpretazione personale affinché assumano il senso univoco voluto, tenendo presente che ci possono essere interpretazioni diverse dello stesso fatto, verità, valore, luogo utilizzato nell’argomentazione.

Il linguaggio non e solo mezzo di comunicazione: esso e anche strumento di azione sugli spiriti, mezzo di persuasione. Un modo frequente è allargare e arricchire il significato delle proprie argomentazioni, restringendo invece quelle dell’avversario a significati rigidi e limitati.

Dopo avere ottenuto l’accordo con la platea e dopo avere selezionato gli argomenti, l’oratore passa alla presentazione. In questa fase la scelta dei termini, la loro concretezza e la loro posizione non è mai insignificante nel contesto dell’argomentazione: il linguaggio è elemento costitutivo dell’accordo tra relatore e platea e contribuisce alla formazione del consenso.

Anche l’uso dei tempi verbali contribuisce alla persuasione. Il passato da l’idea di un fatto già avvenuto e quindi è indiscutibile; l’imperfetto di un fatto transitorio, il presente, invece, esprime l’universale, la legge, la norma.

Anche il pronome impersonale “si” esprime la norma e riduce la responsabilità personale nelle asserzioni. La scelta di un nome singolare, per designare un plurale (ad esempio: l’Ebreo), ha il duplice effetto di dare il senso della presenza e quello di unificazione come una sineddoche (la parte per il tutto).

Funzione argomentativa possono avere anche le figure retoriche, e cosi pure i sentimenti personali.

In conclusione la “Nuova Retorica” di Perelman si pone in netta antitesi nei confronti del razionalismo dogmatico e manicheo secondo cui una cosa o è vera o è falsa, senza altre vie di soluzione. Valorizza ciò che è ragionevole, dando luogo alla retorica dell’argomentazione e quindi del dialogo. Questa visione è in netta sintonia con la visione di una società libera, plurale e tollerante. E anche in netto contrasto con le verità rivelate, definitive e immutabili di qualunque natura e origine, che relegano tutto il resto del mondo nell’arbitrio soggettivo.

Perelman osserva che se l’esercizio della libertà non fosse fondato su delle ragioni argomentabili, ogni scelta sarebbe irrazionale e si ridurrebbe a una decisione arbitraria che agirebbe in un vuoto intellettuale.

E l’argomentazione a fornire le ragioni, mai cogenti, che impediscono che una verità consideri tutto il resto falso o errato. Questo diventerebbe il terreno fertile per la violenza, usata per imporre le proprie verità.

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